Giorgio Banchig e Don Natalino Zuanella sono intervenuti su dei temi identitari delle Valli del Natisone. L'occasione è stata la presentazione del libro di Luisa Battistig Živiet na planinah / Vivere sui pascoli lo scorso 11 ottobre 2019 presso il municipio del comune di Savogna.

Banchig si è soffermato particolarmente sulle normative dell'impero austro-ungarico applicate nel regno del lombardo-veneto, che hanno determinato la vendita dei pascoli pubblici e quindi della loro privatizzazione, processo all'orgine della parcelizzazione fondiaria e della multi-proprietà.

Don Zuanella si è invece soffermato sull'importanza della lingua madre, il dialetto sloveno delle Valli del Natisone, e di come questo gli abbia permesso di approcciarsi da autodidatta allo studio della lingua slovena letteraria, del friulano, del russo e del dialetto sloveno resiano.

I due video sono stati girati da Valerio Simaz, che colgo l'occasione di ringraziare.

Giorgio Banchig
Don Natalino Zuanella

La traccia dell'intervento di Giorgio Banchig è di seguito riportata:

Ho seguito da vicino la gestazione, il travaglio e la nascita di questo bel lavoro di Luisa Battistig, che se da una parte risponde nella sua struttura e nel metodo di ricerca ai classici criteri della ricerca storica ed etnografica, dall'altra è pervaso da un profondo sentimento di amore, di attaccamento, direi di venerazione al Matajur, alla Velika baba, a questa montagna, simbolo delle nostre valli. Perché al di là dei dati riportati l'autrice vi ha messo del suo, vi ha messo la sua personale esperienza di vita nelle malghe di Mersino da bambina; e con gli occhi da bambina, anche se è già pensionata, ha riportato a galla dal profondo del suo animo sensibile i ricordi dell'infanzia – la magia di quei luoghi, l'intimo contatto con la natura, la bellezza dei panorami, la vita di comunità, ma anche le sofferenze, il duro lavoro, le tragedie che hanno toccato da vicino la sua famiglia.
Gli scritti di Luisa Battistig sono preceduti dagli interventi di due specialisti della materia, ciascuno per il suo campo di specializzazione – il geografo dell'Università di Udine, Mauro Pascolini, e di Špela Ledinek Lozej, etnologa dell'Istituto di etnologia dell'Accademia slovena delle scienze e delle arti.
Il primo sottolinea che si tratta «un racconto che permette, come dichiara l’autrice stessa, di ricostruire qualcosa di quel tempo che non tornerà mai più, prima che tutto sia dimenticatoe di questo dobbiamo ringraziarla tutti in quanto la memoria da individuale si fa collettiva e così il ricordo diventa patrimonio di tutti».
La seconda ricorda che il genere di economia rappresentata dal tipo di alpeggio esercitato dagli abitanti di Mersino, che ebbe la sua massima espansione all’inizio del secolo scorso, ha avuto origine dalla vendita dei beni comunali nella prima metà dell’Ottocento. La vendita delle parcelle montane fece aumentare l’allevamento bovino, influì sulla diminuzione del bestiame minuto e colpì la popolazione più povera che fino ad allora aveva pascolato quel po' di capi di bestiame minuto sui terreni comuni ma non possedeva i mezzi per il loro acquisto. La parcellizzazione dei terreni e la loro vendita non interessò il versante austriaco del Matajur – i pascoli dei paesi di Idrsko, Sužid e Kred rimasero, infatti, proprietà comunali; le comunità paesane o anche singoli loro componenti vantavano diritti di servitù a pagamento.
Su questo argomento ritornerò più avanti perché questi provvedimenti hanno cambiato la vita e in un certo senso la cultura e i rapporti sociali delle nostre popolazioni.
Luisa Battistig poi presenta la scenario in cui si svolgeva la vita sulle planine del Matajur, ricorda gli studi di Francesco Musoni di Sorzento, e la preziosa ricerca di don Natalino Zuanella, pubblicata sul quindinale Dom nel 1991. Penso che su questa precisa indagine, che include dati di topografia, toponomastica, onomastica, storia e curiosità varie, interverrà l'autore.
Nella seconda parte del libro, dal titolo Brieg mojga sarca / La montagna del mio cuore,Luisa Battistig si abbandona ai suoi ricordi e rivive con accenti esistenziali la sua esperienza di sulle planine di Mersino. Il suo scritto è ricco di personaggi caratteristici, di fatti insoliti, di tradizioni secolari, di feste aspettate con impazienza, di particolari sul duro lavoro che si svolgeva sulle planine; e poi la dura esperienza del collegio, la morte del papà proprio in un giorno di festa e sulla planina… e infine poesie, racconti favole e una carellata di vecchie foto di Riccardo Toffoletti.
Da cultore della storia locale torno a quanto ha scritto Špela Ledinek Lozej sulla vendita dei beni comunali, che èsolo uno dei fatti che ha sgretolato il sistema sociale sul quale per oltre un millennio si era basata la vita della comunità slovena delle Valli del Natisone. Il 16 aprile 1839 il governo austriaco promulgò un decreto che rimase particolarmente scolpito nella memoria degli abitanti del Veneto, del Friuli e della Slavia. La legge stabiliva che i terreni comunali, primi tra tutti gli incolti destinati al pascolo, fossero trasferiti ai privati. Questo intervento costituì un ulteriore attentato a quello che rimaneva delle antiche istituzioni e che in qualche modo costituiva il senso di appartenenza ad una comunità e ne segnava l’identità fondata su rapporti sociali ed economici, oltre che su una comune base culturale, linguistica e religiosa. La risoluzione del 1839, fu confermata solo nel 1848 quando fu ordinata la vendita dei beni comunali. I lotti vennero formati tra il 1848 e il 1849 e battuti all’asta fra le ditte intestate nelle rispettive frazioni negli anni 1851-1852. La vendita dei beni comunali portò ad un certo incremento delle attività agricole, in particolare dell’allevamento dei bovini; di conseguenza scomparve quasi del tutto la pastorizia.
Vi siete mai chiesti perché i beni comuni in alcune parti della nostra regione - Srenjske in jusarske skupnosti na italijanskem in slovenskem Krasu –, oppure la foresta di Tarvisio sono rimasti? La proprietà di questi boschi è del Fondo Edifici per il Culto del Ministero degli Interni ed è gestita dal Ministero dell'Agricoltura e in parte dall'Azienda Regionale delle Foreste del Friuli Venezia Giulia, ma hanno origine nelle proprietà collettive – kamunje. La risposta è che le Valli del Natisone appartenevano al Regno Lombardo-Veneto non all’Austria, come il Carso Triestino e la Val Canale, e il Lombardo-Veneto aveva una legislazione e istituzioni diverse da quelle del Regno d’Austria. Era uno stato indipendente dell’Impero austriaco con un vicerè e due governatori. Rifletteva certamente la struttura istituzionale del regno, ma aveva una vasta autonomia legislativa. La lingua ufficiale era la lingua italiana e solo nei rapporti tra gli alti livelli dell’amministrazione veniva usata la lingua tedesca, in particolare nelle relazioni con Vienna. Le scuole erano in lingua italiana e mentre in Slovenia dalla seconda metà del secolo 19. cominciarono a diffondersi le scuole con lingua di insegnamento slovena, in Benecia no. Probabilmente veniva insegnato il catechismo in sloveno anche grazie alla preminente posizione che i sacerdoti avevano nel sistema scolastico del Lombardo-Veneto come in tutto l’Impero. Nel 1852  venne stampato a Gorizia un catechismo per le scuole delle Valli, ma non ebbe diffusione perché non ricevette l’imprimatur dell’autorità ecclesiastica.
Nelle regioni austriache la scuola era obbligatoria dai 6 ai 12 anni – decreto del 1774 di Maria Teresa. Da qui si capisce la diversa evoluzione linguistica degli sloveni del Goriziano, del Triestino e della Val Canale che hanno avuto l’istruzione in lingua slovena, o utraquiste (sloveno-tedesco)   fino alla fine della 1 guerra mondiale, ripresa durante la guerra partigiana. Così successe per tutte le istituzioni statali. Gli amministratori delle valli nel 1850 e nel 1861 chiesero alle autorità austriache di avere nei tribunali impiegati con conoscenza della lingua slovena. Senza risultato. Ottennero solo che venisse conservato il distretto di San Pietro degli Slavi, territorio della vecchia comunità montana che mi pare stia rinascendo.
E così la vendita dei terreni comuni appartiene a questa diversa legislazione che aveva il Lombardo-Veneto rispetto all’Austria con le conseguenze che abbiamo visto. In questo modo si sgretolò il sistema sociale basato sulle proprietà comuni, amministrate dalle vicinie – sosednje, dagli arenghi di valle e dal grande arengo che svolsero le loro funzioni fino al primo periodo dell’occupazione austriaca. Le autorità del Lombardo-Veneto confermarono le riforme francesi e non vollero in nessun modo riconoscere i vecchi diritti e privilegi della Benecia. Diritti e privilegi che non erano solo di natura giuridica, non riguardavano solo le istituzioni giudiziarie e amministrative. Erano di natura economica. Le valli ad esempio erano esenti da numerose tasse e dazi che rappresentanvano un notevole risparmio. Con l’amministrazione dei beni comuni le vicinie avevano a disposizione dei fondi per eseguire lavori pubblici e soprattutto per la manutenzione delle chiese e l’acuisto degli arredi sacri. La comunità di Azzida con l’amministrazione oculata dei beni comunali aveva addirittura costruito un albergo per i viandanti.
L’autonomia e  privilegi avevano un aspetto economico non indfferente. Ad esempio l’esenzione del dazio sul vino venduto a Cividale rappresentava un risparmio non indifferente tanto che il daziere di Cividale accusava la gente della Benecia di comprare il vino altrove e venderlo alle osterie cividalesi. Così pure non pagavano il dazio per il transito del bestiame attraverso Cividale. Si capisce benissimo che esso poteva provenire anche fuori dalle valli… Un altro esempio è rappresentato dall’accordo tra l’arengo delle valli con l’Impresa generale dei sali in base al quale i valligiani si erano assicurati l’acquisto a basso prezzo del sale e la sua vendita al minuto. In questo modo essi combattevano il contrabbando del sale nel loro interesse ma anche di quello della società
Era quella delle valli prima del Lombardo-Veneto un economia integrata di attività agricola, commerciale, artigianale fondata su base comunitaria e il cui controllo era esercitato dalle vicinie e dagli arenghi. Con la vendita dei beni comuni e il non riconoscimento dell’autonomia e della lingua locale si è rotto questo equilibrio secolare e la Benecia è caduta nell’anonimato, nell’emarginazione e nel sottosviluppo.

Un caro saluto.

Luca